Strana “associazione criminale” è la camorra. A pensarci bene questa mafia è quanto di meno associazionistico può venire in mente. Decine e decine di famiglie, l’una in eterna opposizione all’altra. Sempre in guerra tra loro per conquistare un fazzoletto di territorio in più, per accaparrarsi il predominio su una piazza di spaccio più redditizia rispetto quella già posseduta. Alleanze che hanno la durata di un sospiro e guerre sanguinarie senza fine. Nessun altra mafia italiana può rivendicare una quantità maggiore di faide nella sua storia. Faide interne, lotte tra clan confinanti, per determinare quale è il gruppo più potente o che incute il maggior timore.
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13/05/11
05/07/10
LA CHIESA ORDINA “TOGLIETE LA SPERANZA A SCAMPIA”
Quando per le istituzioni le situazioni sociali diventano intollerabili e non si riesce più ad amministrarle, spesso si rivolge la propria speranza alla Chiesa. La Chiesa, grazie sopratutto al suo radicamento sul territorio e al suo intimo rapporto con la gente, spesso riesce a sopperire alle mancanze dello Stato. Ma anche quando si parla di «Chiesa» occorre distinguere tra i messaggi ufficiali che dalla tranquillità dei palazzi vengono emanati delle gerarchie ecclesiastiche; e i sacerdoti che vivono insieme alla gente comune condividendo con loro la miseria di un territorio.
E' il caso del parroco della chiesa di S. Maria della Provvidenza nel rione Don Guanella a Scampia, Napoli, un prete tutto pelle e ossa che sfodera un energia incredibile quando si tratta di proteggere i ragazzi e di contrastare non solo la mentalità mafiosa ma anche i camorristi stessi.
Si chiama Don Aniello Manganiello e dal 1994 ha fatto delle strade di Scampia e Secondigliano la sua casa. E si, perché lui non si limita ad officiare messa all'interno delle mura della sua chiesa, lui è per strada a portare speranza a chiunque ha la fortuna di incontrarlo. O almeno questo è quello che ha fatto senza risparmiarsi fino ad oggi, oggi che i vertici ecclesiastici hanno deciso che è meglio trasferire questo indomito prete lontano, da un'altra parte.
Normale avvicendamento dicono, decisione politica poiché ha fatto più lui con pochi e poveri mezzi piuttosto che tutte le amministrazioni cittadine messe insieme, si legge.
E la gente di Scampia? Chi ci pensa a loro? Chi glie lo spiega che le istituzioni, dopo averli abbandonati, ora allontana una delle poche speranze del quartiere perché gli causa imbarazzo e mette in luce le sue manchevolezze?
Ma partiamo dal principio.
Don Aniello Manganiello è un prete dell'ordine Guanelliano. Lo stesso anno in cui Don Peppe Diana viene barbaramente ucciso a Casal di Principe per il suo impegno nel salvare i giovani dalla camorra, lui accetta di diventare parroco di Scampia e Secondigliano, quartieri che non hanno bisogno di presentazioni per sapere che si tratta dell'inferno, territori malati tenuti in ostaggio dalla camorra. Da che è arrivato in questi luoghi Don Aniello non si è dato un attimo di sosta, non è mai stato con le mani in mano, non sarebbe stato possibile qui. Si è prodigato in mille modi per dare una reale e concreta alternativa ai giovani, l'hanno minacciato, boicottato, ma lui non si è mai fermato. Agli scissionisti e agli uomini del clan Di Lauro, che fino al suo arrivo non avevano avuto rivali nel predominio del territorio, don Aniello ha imposto caparbiamente la sua presenza. O gli sparavano un colpo in pieno volto, rischiando però di far scoppiare una sommossa da parte dei cittadini di cui ha saputo conquistare l'amore e il rispetto, o lo sopportavano cercando altre strade per liberarsi di lui. Non ci si aspettava che fossero proprio gli alti prelati a correre in soccorso dei camorristi levandogli questa spina dal fianco.
Don Aniello nel frattempo continua a tuonare dal pulpito facendo nomi e cognomi, durante l'omelia parla di pizzo e droga, rifiuta di dare la comunione ai camorristi. Ha organizzato una squadra di calcetto composta da scugnizzi che personalmente va a prendere per le strade del quartiere, ha messo in piedi un semiconvitto diurno per togliere i ragazzi dalla strada, aperto a chiunque ne abbia bisogno. Lui è quello che si dice “un uomo con le palle”, ha fatto (e lui vorrebbe tanto continuare a fare) quello che quasi tutti noi non avremo mai il coraggio di fare.
E allora perché? Perché?
La speranza che don Aniello ha dato ai ragazzi di Scampia non può essere a termine, non si può interrompere questo percorso che tanti risultati ha dato.
Non c'è burocrazia che tenga, se Don Aniello verrà trasferito a vincere sarà stata la camorra e a perdere, prima ancora della gente di Scampia e Secondigliano, sarà stata la chiesa, quella con la “c” minuscola. Avrà perso la fiducia ma avrà anche definitivamente smarrito l'intimo significato della dedizione verso il prossimo che invece Don Aniello così degnamente incarna.
Inaccettabile moralmente e socialmente, il trasferimento di Don. Anaiello Manganiello prete anti-camorra del quartiere di Scampia alla periferia di Napoli.
Inaccettabile perché Don Aniello è un uomo meraviglioso e un sacerdote che sta sapientemente insegnando la legalità e la moralità attraverso la religione e ponendo Dio ad esempio di tali valori e concetti di vita civile e cristiana. Di Don Aniello ne servirebbero migliaia in queste terre martoriate del male della criminalità organizzata.
Inoltre lui gestisce e partecipa a tanti progetti che portano la società civile di quella zona al riavvicinamento alle istituzioni e ai fondamentali valori della vita cristiana della legalità e della moralità.
UNISCITI AL CORO DI CITTADINI ONESTI della sua comunità e all'associazione (R)ESISTENZA ANTICAMORRA.
Don Aniello non si tocca, non ha ancora terminato il percorso di insegnamento intrapreso a favore degli abitanti di un quartiere come Scampia, i quali sono stati testimoni di conversioni di “camorristi” grazie proprio al Prete anti-camorra Don Aniello Manganiello.
Le autorità competenti valutino profondamente il danno sociale per la comunità di Scampia, causato da un eventuale allontanamento di Don Aniello.
DON ANIELLO NON SI TOCCA
Articolo originale
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03/07/10
CAMORRA INDECENTE, ASSASSINA DI BAMBINI
Simonetta, 10 anni; Luigi, 10; Nunzio, 2; Fabio, 11; Gioacchino, 1; Ciro, 16; Valentina, 2. E Annalisa, bellissima, aveva 14 anni, quando le piantarono una pallottola in testa.
La mafia non ha onore, i camorristi si possono forse vantare di incutere timore, ma questo non è onore. La camorra è sporca, indecente, la camorra è una lurida assassina, priva di ogni pietà anche per i bambini. Che onore o rispetto si può pensare di ottenere quando, davanti alle lucide pistole, a cadere sono dei bambini armati solo dei loro sogni e della speranza in quello che la vita gli avrebbe potuto regalare se un infame senza coraggio non li avesse uccisi? Una volta anche i camorristi ponevano dei limiti all’infamia di cui si macchiavano attenendosi alle cosiddette “leggi d’onore”, regole per le quali donne e bambini non venivano fatti oggetto della loro violenza selvaggia.
Oggi non è più così, anzi. I piccoli, da vittime accidentali cadute a causa di un “proiettile vagante”, oggi sono diventati anche un vero e proprio obiettivo dei folli raid messi in atto in questa nauseabonda lotta. Sono centinaia i morti innocenti ammazzati dalla camorra, troppi di questi sono fanciulli.
Simonetta Lamberti
Il 29 maggio 1982, quando venne barbaramente uccisa a Cava dei Tirreni (Salerno), Simonetta aveva appena dieci anni. La sua colpa, tanto grave da dover essere pagata con la vita, era quella di essere figlia di Alfonso Lamberti, allora procuratore capo della Repubblica in forze al tribunale di Sala Consilina. Simonetta, quel giorno di primavera inoltrata, tornava dal mare in compagnia del padre, la loro macchina venne affiancata da un altra con a bordo i sicari che fecero fuoco. Sbagliarono obiettivo. Il magistrato, nell’agguato, rimase solo ferito ma la piccola morì, raggiunta da un proiettile in pieno volto.
Luigi Cangiano
Luigi, dieci anni appena, rimase ucciso il 15 luglio 1982 nel Rione Siberia, vittima di un proiettile vagante. Il bambino in quel momento era intento a giocare con gli amici, non pensava di potersi trovare nel bel mezzo di un conflitto a fuoco ingaggiato tra la polizia ed una banda di spacciatori locali.
Nunzio Pandolfi
A Nunzio non è stato dato il tempo neppure di compiere due anni. Venne ucciso il 18 maggio 1990, a diciotto mesi di età, mentre si trovava nella casa della nonna. Due uomini a volto coperto fecero irruzione sfondando la porta e sparando all’impazzata, l’obiettivo dei sicari era Gennaro Pandolfi, padre del bambino e uomo di fiducia di Luigi Giuliano, il boss di Forcella oggi pentito. Il piccolo Nunzio, nel momento dell’incursione, era tra le braccia del padre, forse l’uomo sperava che alla vista del piccolo i killer non avrebbero sparato, così non fu. Gli assassini non si fecero scrupoli nel crivellare il corpo del piccino pur di colpire il loro bersaglio, padre e figlio rimasero uccisi e altri quattro familiari vennero feriti.
Fabio De Pandi
Fabio venne ucciso il 21 luglio 1991. Quel giorno era domenica e lui, undicenne con una vita ancora tutta da vivere, stava tranquillamente passeggiando in compagnia dei genitori e della sorellina per le strade del Rione Traiano, alla periferia occidentale di Napoli. Trovandosi sotto i colpi incrociati, sparati dalle bande avverse, il ragazzo tentò di ripararsi nella macchina dei genitori ma venne colpito alla schiena da una pallottola. Il colpo mortale in realtà era destinato a Mario Perrella, boss del clan del Rione Traiano oggi pentito. In seguito Amedeo Rey, un pregiudicato ritenuto vicino al clan Puccinelli, venne giudicato colpevole per l’omicidio del bambino.
Gioacchino Costanzo
Gioacchino venne ucciso dalla camorra a San Giuseppe Vesuviano (Napoli) il 15 ottobre 1995, quando non aveva ancora compiuto due anni. Il bambino si trovava in auto con il convivente della nonna, Giuseppe Averaimo, un pregiudicato venditore di sigarette di contrabbando che riteneva la presenza del bambino una sufficiente garanzia per evitare agguati. Morirono entrambi, per mano di qualcuno senza scrupoli ne dignità, sotto il fuoco impazzito delle armi.
Ciro Zirpoli
Ciro, figlio sedicenne di Leonardo Zirpoli, nel 1997 ha pagato a caro prezzo le scelte di vita del padre. Il ragazzo venne trucidato, a colpi di arma da fuoco, da due killer in moto e pochi mesi dopo la sua tomba venne profanata da alcuni vandali, il tutto per mandare un chiaro messaggio intimidatorio al padre, ex narcotrafficante e capo clan di Ercolano ora pentito, che con le sue rivelazioni stava contribuendo a svelare numerosi segreti sulle cosche e sui rapporti tra la malavita e organi istituzionali deviati.
Valentina Terracciano
Anche Valentina aveva solo due anni quando fu freddata, il 12 novembre 2000 a Pollena Trocchia (Napoli), colpita dalle pallottole mentre si trova nel negozio di fiori dello zio in compagnia della madre e del padre, che restarono a loro volta feriti . In realtà l’obiettivo dell’agguato di camorra era lo zio della bambina, Fausto Terracciano. Uno dei presunti killer della piccola Valentina, Giuseppe Castaldo del clan degli Orefice, era in quei giorni imputato nel processo per la morte di un altro bambino, Gioacchino Costanzo, ucciso cinque anni prima a solo 18 mesi. Castaldo era stato scarcerato poiché scaduti i termini della custodia cautelare, solo per questo ha potuto partecipare al nuovo raid assassino in cui ha messo fine alla vita di un altra piccola creatura.
Annalisa Durante
Annalisa era una bella quattordicenne, una pallottola l’ha centrata alla testa il 27 marzo 2004, a Forcella (Napoli). L’agguato in cui perì era in realtà mirato ad uccidere il rampollo Salvatore Giuliano, detto “ò russ”, nipote dell’ex capo clan Luigi Giuliano. Era sabato sera e Annalisa si trovava sotto casa con gli amici, il fato volle che in quel momento passasse in strada il giovane boss inseguito dai suoi aguzzini. Giuliano si accorse dei sicari e, per ripararsi dalle pallottole, si fece scudo con il corpo della ragazzina. Lei morì sul colpo, a lui vennero comminati 24 anni di reclusione.
Questi sono solo alcuni degli innocenti caduti per mano di chi non conoscerà mai il significato delle parole rispetto e ossequio e che invece avranno, per l’eternità, le persone che con infamia ha ucciso.
Articolo originale
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La mafia non ha onore, i camorristi si possono forse vantare di incutere timore, ma questo non è onore. La camorra è sporca, indecente, la camorra è una lurida assassina, priva di ogni pietà anche per i bambini. Che onore o rispetto si può pensare di ottenere quando, davanti alle lucide pistole, a cadere sono dei bambini armati solo dei loro sogni e della speranza in quello che la vita gli avrebbe potuto regalare se un infame senza coraggio non li avesse uccisi? Una volta anche i camorristi ponevano dei limiti all’infamia di cui si macchiavano attenendosi alle cosiddette “leggi d’onore”, regole per le quali donne e bambini non venivano fatti oggetto della loro violenza selvaggia.
Oggi non è più così, anzi. I piccoli, da vittime accidentali cadute a causa di un “proiettile vagante”, oggi sono diventati anche un vero e proprio obiettivo dei folli raid messi in atto in questa nauseabonda lotta. Sono centinaia i morti innocenti ammazzati dalla camorra, troppi di questi sono fanciulli.
Il 29 maggio 1982, quando venne barbaramente uccisa a Cava dei Tirreni (Salerno), Simonetta aveva appena dieci anni. La sua colpa, tanto grave da dover essere pagata con la vita, era quella di essere figlia di Alfonso Lamberti, allora procuratore capo della Repubblica in forze al tribunale di Sala Consilina. Simonetta, quel giorno di primavera inoltrata, tornava dal mare in compagnia del padre, la loro macchina venne affiancata da un altra con a bordo i sicari che fecero fuoco. Sbagliarono obiettivo. Il magistrato, nell’agguato, rimase solo ferito ma la piccola morì, raggiunta da un proiettile in pieno volto.
Luigi Cangiano
Luigi, dieci anni appena, rimase ucciso il 15 luglio 1982 nel Rione Siberia, vittima di un proiettile vagante. Il bambino in quel momento era intento a giocare con gli amici, non pensava di potersi trovare nel bel mezzo di un conflitto a fuoco ingaggiato tra la polizia ed una banda di spacciatori locali.
Nunzio Pandolfi
A Nunzio non è stato dato il tempo neppure di compiere due anni. Venne ucciso il 18 maggio 1990, a diciotto mesi di età, mentre si trovava nella casa della nonna. Due uomini a volto coperto fecero irruzione sfondando la porta e sparando all’impazzata, l’obiettivo dei sicari era Gennaro Pandolfi, padre del bambino e uomo di fiducia di Luigi Giuliano, il boss di Forcella oggi pentito. Il piccolo Nunzio, nel momento dell’incursione, era tra le braccia del padre, forse l’uomo sperava che alla vista del piccolo i killer non avrebbero sparato, così non fu. Gli assassini non si fecero scrupoli nel crivellare il corpo del piccino pur di colpire il loro bersaglio, padre e figlio rimasero uccisi e altri quattro familiari vennero feriti.
Fabio De Pandi
Fabio venne ucciso il 21 luglio 1991. Quel giorno era domenica e lui, undicenne con una vita ancora tutta da vivere, stava tranquillamente passeggiando in compagnia dei genitori e della sorellina per le strade del Rione Traiano, alla periferia occidentale di Napoli. Trovandosi sotto i colpi incrociati, sparati dalle bande avverse, il ragazzo tentò di ripararsi nella macchina dei genitori ma venne colpito alla schiena da una pallottola. Il colpo mortale in realtà era destinato a Mario Perrella, boss del clan del Rione Traiano oggi pentito. In seguito Amedeo Rey, un pregiudicato ritenuto vicino al clan Puccinelli, venne giudicato colpevole per l’omicidio del bambino.
Gioacchino Costanzo
Gioacchino venne ucciso dalla camorra a San Giuseppe Vesuviano (Napoli) il 15 ottobre 1995, quando non aveva ancora compiuto due anni. Il bambino si trovava in auto con il convivente della nonna, Giuseppe Averaimo, un pregiudicato venditore di sigarette di contrabbando che riteneva la presenza del bambino una sufficiente garanzia per evitare agguati. Morirono entrambi, per mano di qualcuno senza scrupoli ne dignità, sotto il fuoco impazzito delle armi.
Ciro Zirpoli
Ciro, figlio sedicenne di Leonardo Zirpoli, nel 1997 ha pagato a caro prezzo le scelte di vita del padre. Il ragazzo venne trucidato, a colpi di arma da fuoco, da due killer in moto e pochi mesi dopo la sua tomba venne profanata da alcuni vandali, il tutto per mandare un chiaro messaggio intimidatorio al padre, ex narcotrafficante e capo clan di Ercolano ora pentito, che con le sue rivelazioni stava contribuendo a svelare numerosi segreti sulle cosche e sui rapporti tra la malavita e organi istituzionali deviati.
Valentina Terracciano
Anche Valentina aveva solo due anni quando fu freddata, il 12 novembre 2000 a Pollena Trocchia (Napoli), colpita dalle pallottole mentre si trova nel negozio di fiori dello zio in compagnia della madre e del padre, che restarono a loro volta feriti . In realtà l’obiettivo dell’agguato di camorra era lo zio della bambina, Fausto Terracciano. Uno dei presunti killer della piccola Valentina, Giuseppe Castaldo del clan degli Orefice, era in quei giorni imputato nel processo per la morte di un altro bambino, Gioacchino Costanzo, ucciso cinque anni prima a solo 18 mesi. Castaldo era stato scarcerato poiché scaduti i termini della custodia cautelare, solo per questo ha potuto partecipare al nuovo raid assassino in cui ha messo fine alla vita di un altra piccola creatura.
Annalisa Durante
Annalisa era una bella quattordicenne, una pallottola l’ha centrata alla testa il 27 marzo 2004, a Forcella (Napoli). L’agguato in cui perì era in realtà mirato ad uccidere il rampollo Salvatore Giuliano, detto “ò russ”, nipote dell’ex capo clan Luigi Giuliano. Era sabato sera e Annalisa si trovava sotto casa con gli amici, il fato volle che in quel momento passasse in strada il giovane boss inseguito dai suoi aguzzini. Giuliano si accorse dei sicari e, per ripararsi dalle pallottole, si fece scudo con il corpo della ragazzina. Lei morì sul colpo, a lui vennero comminati 24 anni di reclusione.
Questi sono solo alcuni degli innocenti caduti per mano di chi non conoscerà mai il significato delle parole rispetto e ossequio e che invece avranno, per l’eternità, le persone che con infamia ha ucciso.
Articolo originale
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17/06/10
Camorra e servizi segreti, uno strano e continuato rapporto
La cronaca ci parla spesso dell’infaticabile lotta tra lo Stato e la mafia, l’anti-Stato per eccellenza. Nondimeno la nostra storia è densa di avvenimenti in cui si riferisce di strani contatti avvenuti tra esponenti della mafia e i servizi segreti, un’entità il cui scopo dovrebbe essere quello della più strenua difesa dei principi di democrazia e giustizia di cui la mafia incarna il cancro più ostile.
La storia della camorra è costellata di queste controverse circostanze. In alcuni casi vengono addirittura coinvolti i servizi segreti di potenze straniere.
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22/05/10
SOPRAVVIVERE A SCAMPIA
(R)Esistenza è un’associazione che opera tra Scampia e Secondigliano e si pone come obiettivo quello di divulgare una cultura di legalità lì dove la camorra affonda le sue radici più salde. Tra i suoi progetti si possono trovare laboratori di cucina con i rom di Scampia, percorsi di legalità ma anche corsi di recupero e sostegno scolastico per scuole elementari e medie e uno splendido progetto chiamato “voglie cagnà”, una proposta di tutoraggio per 7 minori a rischio che abitano nel quartiere delle Vele.
In questa terra che sembra dimenticata da Dio un progetto come questo potrebbe apparire come un’utopia ma la straordinaria storia dei ragazzi che vi operano sta a indicare che la speranza e la perseveranza, condite da una buona dose di coraggio e forse anche di follia, possono davvero regalare frutti strabilianti, impensabili per chiunque non ha la fortuna di incontrare queste eccezionali e normali persone.
Ciro Corona è uno dei fautori di questo progetto, un giovane uomo semplice e straordinario, mai sotto i riflettori, sempre in prima fila nella battaglia. Ho deciso di raccontare la sua storia perché si sappia che proprio questa amara terra è in grado di partorire i fiori più rari, fiori che con il loro “fresco profumo di libertà” permettono alla speranza di sopravvivere.
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06/05/10
CAMORRA 2009
La Campania è una regione soffocata dal crimine dove regna la camorra che, padrona incontrastata del territorio, detta quotidianamente le regole di esercizio agli apparati socio-economici che non devono quindi più rispondere alle esigenze della cittadinanza ma funzionano secondo logiche clientelari e di interessi personali. L’egemonia dei criminali si estende fino ad influenzare le assemblee elettive invadendo così anche il settore della pubblica amministrazione e gli apparati istituzionali, la regione risulta impregnata di una greve illegalità che non risparmia nessun ambito sociale.
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08/04/10
Fiato sul collo a MICHELE ZAGARIA
Michele Zagaria e Antonio Iovine rappresentano i ricercati per eccellenza del clan dei casalesi. In particolare Michele Zagaria, dopo l’arresto di Bernardo Provenzano, è diventato il latitante più pericoloso e più ricercato d’Italia. Capo indiscusso dei clan della zona casertana, è ricercato dal 1995 con l’accusa di associazione di tipo mafioso, omicidio, estorsione, rapina e numerosi altri reati minori. Il 19 giugno 2008, nel processo d’appello del maxi processo Spartacus, è stato condannato in contumacia alla pena dell’ergastolo.
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26/03/10
LATITANTI DI CAMORRA, chi va, chi viene
Nello scenario camorristico odierno si va si attestando il trend relativo ad una crescente frammentazione dei clan ed una conseguente continua mutevolezza degli assetti di potere sul territorio. È una realtà che coinvolge soprattutto il capoluogo partenopeo dove si registrano continue implosioni da parte dei gruppi storici, indeboliti dai ripetuti arresti e da casi sempre più frequenti di dissociazione di affiliati, a vantaggio di nuovi e ambiziosi clan che stanno dimostrando la capacità di fare alleanze e rescinderle in maniera sempre più frenetica e scomposta.
In questa disordinata situazione si inseriscono anche i numerosi latitanti di spicco che sono stati arrestati nel corso dell’ultimo anno.
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10/03/10
LOMBARDIA : DIMMI DOVE ABITI E TI DIRÒ IL TUO CLAN
Con nessuna velleità di essere un elenco completo, solo il più innegabile, delle cosche, ndrine o clan presenti nel territorio lombardo.
MILANO
Archi ndrangheta Bruzzaniti ndrangheta
Carvelli ndrangheta
Coco ndrangheta
Trovato ndrangheta
Crisafulli cosa nostra
Di Giovine ndrangheta
Ferrazzo ndrangheta
Lo Piccolo cosa nostra
Flachi ndrangheta
Marando ndrangheta
Morabito ndrangheta
Musitano ndrangheta
Palamara ndrangheta
Porcino ndrangheta
Sabatino camorra
Schettino ndrangheta
Sergi ndrangheta
Serraino ndrangheta
Tatone camorra
Vottari ndrangheta
provincia MILANO
ARESENovella ndrangheta
Gallace ndrangheta
Mandalari ndrangheta
BAREGGIO
Arena ndrangheta
Nicosia ndrangheta
Paparo ndrangheta
Valle ndrangheta
Imerti ndrangheta
Condello ndrangheta
BESANA BRIANZA
Mancuso ndrangheta
Cristello ndrangheta
Stagno ndrangheta
BUCCINASCO
Barbaro ndrangheta
Papalia ndrangheta
Sergi ndrangheta
Trimboli ndrangheta
Pangallo ndrangheta
Perre ndrangheta
Musitano ndrangheta
Molluso ndrangheta
Zappia cosa nostra
BOLLATE
Novella ndrangheta
Gallace ndrangheta
Mandalari ndrangheta
BOVISIO MASCIAGO
Iamonte ndrangheta
Moscato ndrangheta
BRESSO
Coco ndrangheta
Trovato ndrangheta
BUSTO ARSIZIO
Rinzivillo cosa nostra
Papalia ndrangheta
Rispoli ndrangheta
Farao ndrangheta
Marincola ndrangheta
Barranca ndrangheta
CANEGRATE
Papalia ndrangheta
Rispoli ndrangheta
Farao ndrangheta
Marincola ndrangheta
Barranca ndrangheta
CARATE BRIANZA
Mancuso ndrangheta
Cristello ndrangheta
Stagno ndrangheta
CASSANO D'ADDA
Manno cosa nostra
Maiolo ndrangheta
Arena ndrangheta
Nicosia ndrangheta
Paparo ndrangheta
CASSINA DE PECCHI
Arena ndrangheta
Nicosia ndrangheta
Paparo ndrangheta
CASTANO PRIMO
Sgambellone ndrangheta
Callipari ndrangheta
CERNUSCO SUL NAVIGLIO
Arena ndrangheta
Nicosia ndrangheta
Paparo ndrangheta
CESANO MADERNO
Iamonte ndrangheta
Moscato ndrangheta
CHIARAVALLE
Facchineri ndrangheta
CINISELLO BALSAMO
Iamonte ndrangheta
Moscato ndrangheta
CISLIANO
Valle ndrangheta
Imerti ndrangheta
Condello ndrangheta
CISLAGO
Spinella cosa nostra
Tripepi cosa nostra
Vetrano cosa nostra
Almerico cosa nostra
COLOGNO MONZESE
Arena ndrangheta
Nicosia ndrangheta
Paparo ndrangheta
Valle ndrangheta
CORMANO
Coco ndrangheta
Trovato ndrangheta
CORNAREDO
Mangeruca ndrangheta
CORSICO
Barbaro ndrangheta
Ciulla ndrangheta
Moscardo ndrangheta
Papalia ndrangheta
Sergi ndrangheta
Trimboli ndrangheta
Pangallo ndrangheta
Perre ndrangheta
Musitano ndrangheta
Molluso ndrangheta
Zappia cosa nostra
CUGGIONO
Sgambellone ndrangheta
Callipari ndrangheta
CUSANO MILANESE
Iamonte ndrangheta
Moscato ndrangheta
DESIO
Iamonte ndrangheta
Moscato ndrangheta
GAGGIANO
Barbaro ndrangheta
Papalia ndrangheta
Sergi ndrangheta
Trimboli ndrangheta
Pangallo ndrangheta
Perre ndrangheta
Musitano ndrangheta
Molluso ndrangheta
Zappia cosa nostra
GERENZANO
Spinella cosa nostra
Tripepi cosa nostra
Vetrano cosa nostra
Almerico cosa nostra
GIUSSANO
Mancuso ndrangheta
Cristello ndrangheta
Stagno ndrangheta
INVERUNO
Sgambellone ndrangheta
Callipari ndrangheta
LACHIARELLA
Facchineri ndrangheta
LAINATE
Novella ndrangheta
Gallace ndrangheta
Mandalari ndrangheta
LEGNANO
Rispoli ndrangheta
Farao ndrangheta
Marincola ndrangheta
Papalia ndrangheta
Barranca ndrangheta
LENTATE SUL SEVESO
Coco ndrangheta
Trovato ndrangheta
MELZO
Arena ndrangheta
Nicosia ndrangheta
Paparo ndrangheta
MOTTA VISCONTI
Pangallo ndrangheta
NERVIANO
Novella ndrangheta
Gallace ndrangheta
Mandalari ndrangheta
NOVA MILANESE
Iamonte ndrangheta
Moscato ndrangheta
NOVATE MILANESE
Novella ndrangheta
Gallace ndrangheta
Mandalari ndrangheta
PERO
Novella ndrangheta
Gallace ndrangheta
Mandalari ndrangheta
PIEVE EMANUELE
Facchineri ndrangheta
Galasso camorra
Barbaro ndrangheta
Papalia ndrangheta
Sergi ndrangheta
Trimboli ndrangheta
Pangallo ndrangheta
Perre ndrangheta
Musitano ndrangheta
Molluso ndrangheta
Zappia cosa nostra
PIOLTELLO
Maiolo ndrangheta
Manno cosa nostra
POGLIANO MILANESE
Novella ndrangheta
Gallace ndrangheta
Mandalari ndrangheta
POZZUOLO MARTESANA
Paparo ndrangheta
Arena ndrangheta
Nicoscia ndrangheta
RHO
Novella ndrangheta
Gallace ndrangheta
Mandalari ndrangheta
ROZZANO
Barbaro ndrangheta
Papalia ndrangheta
Sergi ndrangheta
Trimboli ndrangheta
Pangallo ndrangheta
Perre ndrangheta
Musitano ndrangheta
Molluso ndrangheta
Zappia cosa nostra
SAN COLOMBANO AL LAMBRO
Nirta ndrangheta
SAN DONATO
Guida camorra
Madonia cosa nostra
Molluso ndrangheta
SAN GIULIANO
Gelesi cosa nostra
SAN VITTORE OLONA
Novella ndrangheta
Gallace ndrangheta
Mandalari ndrangheta
SARONNO
Spinella cosa nostra
Tripepi cosa nostra
Vetrano cosa nostra
Almerico cosa nostra
SEGRATE
Arena ndrangheta
Nicosia ndrangheta
Paparo ndrangheta
SEREGNO
Mancuso ndrangheta
Cristello ndrangheta
Stagno ndrangheta
SERVELLO
Iamonte ndrangheta
Moscato ndrangheta
SETTIMO MILANESE
Barbaro ndrangheta
Papalia ndrangheta
Sergi ndrangheta
Trimboli ndrangheta
Pangallo ndrangheta
Perre ndrangheta
Musitano ndrangheta
Molluso ndrangheta
Zappia cosa nostra
TREZZANO SUL NAVIGLIO
Barbaro ndrangheta
Papalia ndrangheta
Sergi ndrangheta
Trimboli ndrangheta
Pangallo ndrangheta
Perre ndrangheta
Musitano ndrangheta
Molluso ndrangheta
Zappia cosa nostra
VAREDO
Iamonte ndrangheta
Moscato ndrangheta
VEDANO AL LAMBRO
Mancuso ndrangheta
Cristello ndrangheta
Stagno ndrangheta
VEDUGGIO
Coco ndrangheta
Trovato ndrangheta
VIMODRONE
Arena ndrangheta
Nicosia ndrangheta
Paparo ndrangheta
VILLASANTA
Gionta camorra
Paparo ndrangheta
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BRESCIA
Facchineri ndrangheta Bellocco ndrangheta
Condello ndrangheta
Mazzaferro ndrangheta
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BERGAMO
Facchineri ndrangheta Bellocco ndrangheta
Mazzaferro ndrangheta
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COMO
De Stefano ndrangheta Pesce ndrangheta
Bellocco ndrangheta
Coco ndrangheta
Trovato ndrangheta
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CREMONA
Grande ndrangheta Aracri ndrangheta
Ferrazzo ndrangheta
Piromalli ndrangheta
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LECCO
De Stefano ndrangheta Coco ndrangheta
Trovato ndrangheta
Laezza camorra
De Grano ndrangheta
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LODI
Barbaro ndranghetaPapalia ndrangheta
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MONZA
Mancuso di Limbadi ndrangheta, contatti con le famiglie di Cosa Nostra e la FARC colombiana. Cristello ndrangheta
Stagno ndrangheta
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PAVIA
Valle ndrangheta Pizzata ndrangheta
Neri ndrangheta
Mazzaferro ndrangheta
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SONDRIO
Bellocco ndrangheta----------------------------------------------------------------------------
VARESE
Ferrazzo ndrangheta Gallace ndrangheta
Morabito ndrangheta
Falzea ndrangheta
Sersale ndrangheta
provincia VARESE
ABBIATEGRASSOErrante cosa nostra
Parrino cosa nostra
SAN VITTORE OLONA
Novella ndrangheta
LAVENO
Guzzo cosa nostra
TRADATE
Morabito ndrangheta
Falzea ndrangheta
LUINO
Torcasio ndrangheta
FAGNANO OLONA
Accarino ndrangheta
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VIGEVANO
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02/03/10
LA NATURA SECONDO CAMORRA
L'economia agricola da sempre ha dovuto fare i conti con la sventura delle mafia; il lavoro nero, il caporalato, l'egemonia fisica sul territorio, sono tutti sintomi dello stesso oscuro male; nel corso del tempo la camorra ha mantenuto sempre intimi legami con le campagne in cui ritrova le sue radici più antiche, i casalesi, ad esempio, hanno sempre dimostrato di avere molto interesse nell'investire in aziende agricole. Le forze dell'ordine ben sanno che la zona del casertano, dove i casalesi esercitano l'indiscusso predominio criminale, è una sorta di piazza affari del crimine organizzato dell'agricoltura dove l'abigeato, il furto di animali, è un fenomeno in continua crescita, solo l'anno scorso è stato denunciato il furto di circa 100.000 animali da allevamento.
Al fascino degli animali, in particolare dei cavalli, non ha resistito nemmeno Francesco Schiavone, il boss casalese soprannominato “Sandokan”. Recentemente gli è stata sequestrata un’azienda di allevamento di cavalli, di bovini e alcuni caseifici. Solo in località Selvalunga, a Grazzanise in provincia di Caserta, il boss possedeva una sfarzosa villa con infissi di legno pregiato e stucchi alle pareti, 7 ettari di terreno, duemila bufali e dove nella scuderia venivano allevati cavalli di pura razza; questa proprietà rappresentava la sua gloria e il suo modo di ostentare la ricchezza a chi lo circondava. Quando, nel 2002, la Corte di Assise decise di confiscare la tenuta il boss, nonostante fosse in prigione ormai da quattro anni, diede ordine di dare alle fiamme tutto, preferì distruggere il suo gioiello piuttosto che lasciare che cadesse nelle mani dello Stato.
Le inchieste degli ultimi anni dimostrano anche l’intensificarsi delle attività criminali nel settore delle corse di cavalli. Non è raro sentire che a Napoli, sopratutto nella provincia a sud, una strada venga improvvisamente interdetta alla circolazione per permettere lo svolgersi di corse di cavalli clandestine con tanto di ricevitorie per le scommesse e stand alimentari al seguito. I cavalli vengono costretti a correre su improvvisati circuiti stradali, spesso durante le ore notturne, dopati oltre ogni misura per aumentarne le prestazioni. Come sempre l'interesse della camorra non è rivolto al benessere delle persone, tanto meno a quello degli animali, l'unico scopo è il lucro e poco importa se un cavallo muore di overdose al termine di una corsa illegale, è più importante poter partecipare ad un giro d'affari che oramai si stima si aggiri intorno al miliardo di euro all'anno. Tempo fa un cavallo morto, con ancora i bardamenti addosso, fu ritrovato nel giardino di una scuola del rione Salicelle, ad Afragola (NA), morto per una dose eccessiva di stimolanti dopo una delle tante corse clandestine che si disputano nelle campagne tra Acerra, Afragola, Caivano e Casalnuovo. Il sabato pomeriggio in Via De Roberto, a Napoli, è una orda di motorini che apre la strada per permettere le corse ippiche illegali. Le scuderie della camorra vengono difese con spavalderia, una delle ultime volte è successo in via Stadera, alla periferia orientale di Napoli, dove un manipolo di contadini voleva allontanare con le minacce le forze dell'ordine giunte per liberare gli animali.
Anche i cani rientrano negli interessi dei camorristi.
Paolo Di Lauro, il vecchio incontrastato ex boss di Secondigliano e Scampia più conosciuto come Ciruzzo 'o milionario, era un amante dei cani: amava aggirarsi per le strade in compagnia del suo mastino napoletano di purissima razza che si mormora gli fosse costato quasi trecento milioni di lire.
Nel napoletano ultimamente si avvertono inquietanti segnali di ripresa del fenomeno dei combattimenti tra cani. Ritrovamenti di carcasse di animali morti e denunce in questo senso fanno temere il ritorno di un pratica che negli ultimi anni sembrava essersi ridimensionata di molto. Dalle ultime stime risulterebbe che il nuovo affare frutti alla malavita organizzata già circa cinquecento milioni di euro l'anno. Le razze di cani preferite per i combattimenti sono i pitbull e i rottweiller ma anche i boxer, i bulldog, i bull-terrier e perfino i san bernardo possono andare bene allo scopo, i cani randagi invece sono utilizzati per l'addestramento dei cani nella lotta. Gli allenamenti sono in realtà vere e proprie sevizie alle quali vengono sottoposti i cani, innanzitutto gli vengono mozzate orecchie e coda per fornire meno punti di presa all'avversario durante i combattimenti e poi li si sottopone a crudeltà e torture di ogni tipo per fare crescere la loro rabbia e incattivirli. Quando il cane sembra sufficientemente aggressivo viene liberato in una gabbia dove c'è un randagio, se fa a pezzi il cane è pronto per il ring. Prima dell'incontro il cane viene anche drogato con cocaina così che la follia sadica sia completa e gli animali si scatenino in lotte impressionanti e sanguinose.
I gruppi maggiormente coinvolti nel business sono i Di Lauro, i Licciardi, i casalesi, i D'Alessandro, i Mazzarella e anche i Nuvoletta che ultimamente si è scoperto tenessero un lager a Poggiovallesana di Marano, nei dintorni di Napoli, che ospitava cani pronti al combattimento.
Il luogo, la data precisa dell'incontro e la scelta del pubblico è frutto di un'accurata selezione che verrà resa pubblica solo circa una settimana prima dell'evento, tutto questo allo scopo di evitare spiacevoli “soffiate”.
A Castellammare di Stabia (NA) hanno inventato un'altra versione dei combattimenti tra cani: grossi animali imbottiti di droga vengono lanciati contro innocui bastardini, il divertimento in questo caso è solo la vista del sangue. I clan non guadagnano come negli altri casi con le scommesse clandestine, è ovvio chi sarà il vincitore, gli spettatori li pagano solo per il gusto di assistere alla macabra scena.
La camorra anche nel proporre il divertimento si mostra in tutta la sua efferatezza, tutto si riduce a potere e apparenza.
Potere e apparenza sono anche le ragioni che si trovano alla base dello stravagante fenomeno di usare animali feroci a scopo intimidatorio per commettere rapine o minacce. Antonio Cristofaro, boss emergente di Orta di Atella e nipote di un boss ucciso un anno fa nella faida tra i clan Caterino e Mazzara, usava un coccodrillo per intimidire le sue vittime, obbligava gli imprenditori restii a pagar il pizzo ad assistere mentre lui nutriva l'alligatore con conigli e topi vivi.
Raffaele Brancaccio, soprannominato bambù per la sua passione per animali esotici, boss del quartiere Arenaccia di Napoli, teneva un leone come animale da guardia nella sua villa in pieno centro storico. Anche Vincenzo Mazzarella aveva un leone nel giardino di casa. In questi casi gli animali esotici erano veri e propri trofei, status symbol dei boss.
Link all'articolo originale
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02/02/10
FUORI LA MAFIA DALLO STATO
Nel corso del 2009, da gennaio a tutto il mese di ottobre, sono state 377 le operazioni di polizia giudiziaria portate a termine.
80 hanno riguardato cosa nostra,
90 la 'ndrangheta,
148 la camorra,
59 la criminalità pugliese.
Gli arresti sono stati in totale 3.630 ed hanno interessato per
916 casi cosa nostra,
751 casi la ndrangheta,
1.465 casi la camorra,
498 casi la criminalità pugliese.
Sono stati arrestati 282 latitanti di mafia, 15 dei quali inseriti nella lista dei 30 più pericolosi.
Tutti importanti successi che però non devono indurre ad abbassare la guardia. Tanto è il lavoro ancora da fare per sperare di scardinare le organizzazioni mafiose, sopratutto nei riguardi della loro capacità più pericolosa e rovinosa per la società: nell'abilità ad infiltrare apparati di governo.
In merito alla nuova legislazione antimafia che si sta andando costituendo si delinea una contraddizione che è di fondamentale importanza venga chiarita al più presto; la normativa introdotta stabilisce che parentele, amicizie o anche solo frequentazioni sospette possano costituire un impedimento al conseguimento di un certificato antimafia e costituiscono una motivazione valida per proporre lo scioglimento di giunte comunali.
Tutto chiaro, tutto giusto per uno Stato che si trova a combattere una dura guerra con una mafia sempre più organizzata e aggressiva.
La contraddizione incomprensibile risiede nel fatto che lo stesso rigoroso principio non viene applicato lì dove il rischio è più pericoloso e produce i danni maggiori cioè per quanto concerne le candidature di persone per posti di alta dirigenza nello Stato e ancor più per l'assegnazione di incarichi politici. In questi casi la normativa non è previsto che venga applicata.
Non c'è spiegazione logica che chiarisca questo enorme controsenso, si usa il pugno di ferro con la parte più ordinaria della società e il guanto di velluto con chi dovrebbe essere più di tutti scevro da dubbi di collusione e in teoria dovrebbe venir sottoposto ai più rigorosi controlli visto il grande potere messo a disposizione.
Si creano situazioni assurde in cui gravi indizi indicano come alcuni esponenti politici potrebbero essere entrati in contatto con ambienti mafiosi e non solo non gli si impedisce di continuare ad agire sulla “cosa pubblica” ma anzi li si vuole rendere immuni a qualsiasi controllo. Si va diffondendo il perverso modo di pensare che bisogna lasciare agire i nostri governanti oltre ogni sospetto in virtù di una fede che rende cieca e sorda qualsiasi civile sorveglianza sul loro operato.
Davvero esemplare è il caso di Nicola Cosentino, sottosegretario all'economia e vice del ministro Tremonti. Ad oggi sono nove i pentiti che lo accusano di collusioni con il clan dei casalesi, non sono pentiti qualsiasi ma uomini che con le loro dichiarazioni hanno già portato all'arresto di numerose persone e le cui rivelazioni sono già state soppesate e giudicate attendibili dagli organi inquirenti, 46 le telefonate intercettate che chiamano in causa direttamente il sottosegretario e una montagna di carte e documenti proverebbero la liceità dei pesanti sospetti.
Eppure non solo si nega l'autorizzazione all'arresto ma si mantengono intatti tutti i suoi enormi poteri d'azione, gli si permette anche di andare in televisione e manipolare l'informazione.
E' successo recentemente durante la trasmissione Porta a Porta in cui Nicola Cosentino, invitato a dare spiegazioni riguardo le accuse che gli vengono avanzate, ha voluto gettare ombre sulla veridicità delle rivelazioni dei pentiti sostenendo che l'attuale vice capo della polizia, Francesco Cirillo, nel 1993 avrebbe tentato di indurre un collaboratore di giustizia ad attaccare Silvio Berlusconi, all'epoca non ancora presidente del consiglio.
Questa tesi era stata introdotta per la prima volta durante un processo di mafia dai boss Francesco Bidognetti e Francesco Schiavone, tesi smentita categoricamente dalle indagini.
E' curioso notare che un parlamentare per argomentare la propria difesa sostenga la tesi di un mafioso screditando le conclusioni a cui è giunta polizia e magistratura e ancor più curioso notare come alla giustizia sembra si vogliano mettere le redini così da poter decidere a priori quando la si può lasciar lavorare e quando è meglio che non si impicci di affari importanti.
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26/01/10
COSENTINO, VICE DI TREMONTI, TUTTO CASA PARLAMENTO E CLAN
Altri guai giudiziari per Nicola Cosentino, coordinatore del Popolo della Libertà in Campania e sottosegretario di Stato all’economia. Berlusconi non se l’è sentita di candidarlo a governatore mentre è in gestazione un nuovo ordine di custodia cautelare
Nicola Cosentino (detto Nick ‘o ‘mericano) è nativo di Casal di Principe (CE), il Comune descritto nel celebre libro di Roberto Saviano “Gomorra” come l’epicentro della camorra casertana e patria del clan dei casalesi, qui comincia nel 1978 la sua carriera politica quando a soli 19 anni viene eletto nel consiglio comunale. Due anni dopo, nel 1980, diviene consigliere della Provincia di Caserta, seguono incarichi importanti come assessore provinciale ai servizi sociali, alla pubblica istruzione e all’agricoltura per poi essere nominato nel 2008 deputato alla camera.
Continua ...
25/01/10
A MILANO LA MAFIA NON ESISTE ... CAMBIA PUSHER!
Il prefetto di Milano, Gianvalerio Lombardi, afferma che a Milano e in Lombardia la mafia non esiste.
Le famiglie qui residenti
Arena, Argenti, Barbaro, Bruzzaniti, Bellocco, Batti, i casalesi, Callipari, Carvelli, Coco, Crisafulli, Cristello, Condello, Colacchio, Ciulla, Carollo, Cursoti, De Stefano, Di Giovine, Dragone, Errante, Esposito del clan Gionta, Emmanuello, Facchineri, Ferrazzo, Fazzari, Fontana, Flachi, Fidanzati, Grande Aracri, Galasso, Gallace, Guida, Grano, Guzzi, Iacono, Iamonte, Imerti, Ierinò, Laezza, Licciardi, Libri, Latella, Maiolo, Mandalari, Manno, Marando, Molluso, Morabito, Moscardi, Moscato, Musitano, Mancuso, Mazzaferro, Moccia, Megna, Mammoliti, Macrì, Muia, Nirta, Novella, Nicoscia, Palamara, Pangallo, Papalia, Paparo, Parrino, Porcino, Pesce, Piromalli, Rinzivillo, Sabatino, Sergi, Sgambellone, Stagno, Scopellitti, Trimboli, Trovato, Tatone, Ursini, Uguccione, Valle, Versace, Zappia, Zagaria e i gelesi
sentitamente ringraziano
I Clan del Marocco, la mafia filippina, la mafia albanese, le mafie cinesi e quelle russe tutte si uniscono alla loro stirpe nella gioia.
E' aperta la caccia grossa ha chi ha messo in circolazione la notizia opposta.
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08/01/10
TRATTATIVA STATO-MAFIA, c'è già stata, è sicuro, in pochi vogliono ricordare
La cronaca degli ultimi periodi insistentemente riferisce della possibilità che uno scellerato accordo intervenuto tra Stato e cosa nostra abbia potuto interferire nella stagione stragista del 1992/1993. Purtroppo se questa ipotesi fosse dimostrata non si tratterebbe della prima volta che si documenta il tradimento che uomini dello Stato hanno compiuto scendendo a patto con chi le istituzioni si prepone di distruggerle. Il pentito Francesco Di Carlo infatti rivelò come, mentre era detenuto nel carcere inglese di Full Sutton nei primi anni ‘90, ricevette una visita di uomini dell’intelligence che volevano da lui un consiglio per poter individuare un killer per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ma ancor prima avvenne nel 1981 a Napoli durante le concitate fasi del rapimento dell’onorevole Ciro Cirillo. Chissà perché nessuno lo ricorda. Ecco la cronaca di cosa accadde allora.
... continua
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15/12/09
SI PUO' DIRE NO ALLA CAMORRA
Storia di un ragazzo che ha incontrato, vissuto, rifiutato la camorra e ora la combatte. Intervista a Raffaele Marra, autore del cartoon anticamorra “Le avventure di Giggino e Totore”
MI RACCONTI UN PO DI TE?
Sono un ragazzo come tanti, nato a Napoli da una modesta famiglia nei primi anni '70, in città ho trascorso i primissimi anni della mia vita ma presto i miei genitori hanno deciso di trasferirsi a Boscotrecase, paese di origine di mia mamma. Nonostante il trasferimento mio padre ha insistito per farmi frequentare le scuole a Napoli, prima le medie presso l'istituto “Ugo Foscolo” a piazza del Gesù Nuovo e poi le superiori al ”Ipsia Casanova” in piazzetta Casanova. Lui, operaio della Italsider, non voleva che perdessi il contatto con una città che mi avrebbe dato più possibilità di crescere e migliorarmi rispetto ad un paesino di periferia.
Per tutti gli anni in cui sono stato scolaro all'uscita da scuola andavo dagli zii che abitavano a Ponticelli, un quartiere della periferia napoletana, e li aspettavo che papà mi riportasse a casa la sera.
Questo essere senza radici fisse mi ha portato a conoscere le molteplici facce della realtà partenopea senza risparmiarmi esperienze.
QUALI SONO QUESTE REALTA' DIVERSE?
Di mattina vivevo il centro città scandito dal ritmo della gente che va e viene dagli uffici, dai gruppi di turisti in visita guidata per le vie, li osservavo mentre andavo a scuola con i miei compagni attraversando i vicoli della città.
Il pomeriggio ero a Ponticelli, grosso quartiere satellite di Napoli dove si vive una realtà difficile, dove disoccupazione e camorra si alimentano incessantemente a vicenda. E' qui che per la prima volta ho toccato con mano la realtà camorrista, vedevo miei coetanei atteggiarsi da bulli scimmiottando i gesti e i modi di fare dei loro fratelli o cugini più grandi che erano già stati integrati nel “sistema”. A quell'età è forte il condizionamento ricevuto dai genitori e la mia è una famiglia povera ma onesta, già allora avvertivo forte la differenza tra me e loro nel concepire il futuro.
Nel restante tempo libero vivevo a Boscotrecase, un paesino in periferia che conta si e no 10.000 anime distribuite in un area di 7 km quadrati, terra di nessuno dove la criminalità la fa da padrone.
Sono cresciuto in questo limbo, conoscendo tutte le realtà ma non sentendomi figlio di nessuna di queste, estraneo anche a casa mia eppure capace di sopravvivere ovunque.
Terminate le scuole la mia vita a preso a girare solo attorno a Boscotrecase e qui si è completato l'allenamento a convivere con i clan camorristici che si contendevano a turno la zona. I Gionta di Torre Annunziata e quelli dell'entroterra di Poggiomarino, Terzigno e Ottaviano si disputavano questo fazzoletto di terra come in una partita a Risiko, si tirano i dadi e si spostano i carro armati.
La mia adolescenza è stata contrassegnata da quotidiane scorribande per le stradine del paese a cavallo di improbabili motorini fingendo di essere gli adulti che non eravamo, ancora. I veri adulti, quelli duri, frequentavano il bar sotto casa mia. Li conoscevo tutti, di ognuno conoscevo la famiglia di appartenenza e di tutti potevo intuire la visione che avevano della realtà. Avevo imparato a ragionare come loro anche se non appartenevo a nessuna famiglia camorrista, per me era una mera questione di sopravvivenza. Ho vissuto il vuoto e la degradazione dei giovani che alimentano la loro forza con un linguaggio osceno, omologandomi passivamente al mondo che mi circondava.
COSA E' STATO CHE HA FATTO SCATTARE IN TE UNA VOGLIA DI CAMBIAMENTO?
Quando avevo 20 anni ho visto per la prima volta il mondo che mi circondava senza filtri, solo con i miei occhi. L'aria malsana della malavita mi ha toccato in prima persona quando ho visto morire di overdose, schiacciati dalla disumana quotidianità della camorra, prima un vicino di casa poi un parente. L'abisso l'ho sfiorato il giorno che hanno freddato mio cugino in fondo alla via, punito per aver giocato un po troppo con due diversi clan criminali. Ero li quel giorno, conoscevo bene di chi era quel corpo polveroso circondato da una pozza di sangue, in passato forse lo avevo anche invidiato quando mi raccontava dell'ultima bravata. Lo hanno ucciso che aveva ancora il casco in testa e il giubbotto antiproiettile addosso, che illuso, forse pensava che così se la sarebbe cavata.
Mai lo strazio e la sconcezza della camorra mi aveva toccato così da vicino nonostante ci vivessi in mezzo da sempre, fino ad allora mi ero sempre mentito ripetendomi che queste cose succedevano solo agli altri perché non sapevano come sopravvivere, mi ero voluto convincere che a me e alla mia famiglia non sarebbe mai potuta toccare questa sorte. Mi sbagliavo.
Da quell'episodio non mi sono più sentito parte di quella assurda terra dove guappi spietati e armati impongono la corruzione e la violenza come norma fondamentale della convivenza sociale, ho ripreso a sentirmi figlio di nessun luogo, estraneo a questa realtà.
Accompagnato da questa nuova consapevolezza ho vissuto gli anni più duri della mia vita, isolato per mia scelta da tutti gli amici che fino al giorno prima consideravo quasi come fratelli, sotto la lente d'ingrandimento da parte dei miei genitori che temevano che questa crisi fosse il frutto della decisione opposta, in perenne litigio con loro. Sono arrivato fino al punto di odiare la vita e schifare tutto quello che mi circondava. Ero sul fondo di un baratro reso più tetro e angosciante dal fatto che ero consapevole del deserto in cui avevo vissuto fino ad allora. Mi stavo pian piano lasciando scivolare nell'oblio nella speranza di poter ignorare una realtà che non accettavo. Il superlavoro durante la settimana e i week end di alcool e droga mi permettevano di stordirmi così da poter fingere di non vedere l'indecente amoralità e disonestà che mi circondava. Si stava facendo strada in me la rassegnazione a dovermi sentire un debole, non avrei voluto perdermi ma non volevo nemmeno ritornare a far parte di un mondo che ormai non sentivo più' mio e che disprezzavo.
COSA E' CAMBIATO POI?
La rabbia mi ha salvato. Una rabbia non rivolta contro qualcuno in particolare ma indirizzata ad un modo d'agire infame che ti spinge ad un silenzio indifferente e che ti trasforma in spettatore complice di un mondo arido, inutile ed arrogante. Ho dovuto vivere con questo disagio addosso per otto anni prima di trovare il coraggio di riprendere il mio posto all'interno di una società che mi aveva profondamente disgustato. Ho provato a cancellare dalla mia vista il mondo conosciuto fino ad allora e guardare oltre per vedere se c'era anche un altro modo, non più per sopravvivere, ma finalmente per vivere e ho scoperto che il paese non era cambiato in questo lungo periodo in cui mi ero costretto alla solitudine, erano cambiati però i miei occhi, potevo finalmente vedere che c'era anche altro. Mi sono unito ad un gruppetto di ragazzi che si muoveva tra Torre Annunziata, Pompei e Torre del Greco occupandosi di animali randagi o di portare vestiti ai senzatetto. Mai esperienza mi aveva arricchito di più, era come se finalmente potessi riscattare la vita che avevo fino ad allora vissuto, scusandomi e riappacificandomi con me stesso.
Con il tempo ho ricominciato ad affrontare il mondo, ho ripreso a bazzicare Napoli, sempre coinvolto in gruppi di volontariato rivolti al sociale, ho conosciuto il meetup di Beppe Grillo di Napoli con cui ho condiviso nuove battaglie come contro i roghi dolosi che avvelenano l'aria o campagne di denuncia civile del traffico illegale di rifiuti.
In un secondo momento, finalmente, mi sono sentito pronto per sostenere l'esame finale; un impegno in prima persona in cui sfidavo il mondo di merda della camorra.
Ho realizzato un cartoon anticamorra, “Le Avventure di Giggino e Totore”, in cui racconto le vicende vissute da due guappi a servizio dei clan che smaltiscono illegalmente rifiuti tossici, camorristi stupidi ma spietati disposti ad avvelenarsi pur di guadagnare facili soldi. Ci ho messo dentro tutto quello che conosco di quella realtà filtrato attraverso il disprezzo di chi la camorra l'ha conosciuta, l'ha subita ed ora la schifa.
Vorrei che tutti i ragazzi potessero vedere questo cartoon per capire quanto siano in realtà limitati e sciocchi i camorristi, vorrei attraverso le immagini parlare a tutti loro per potergli dire che la mafia e' la via verso l'autodistruzione, un modo veloce per trasformarsi in bestie occupate solo a sfamarsi del prossimo.
La prima serie di “Giggino e Totore” ha avuto un discreto successo, è stata trasmessa in TV e ne è nato un cortometraggio.
GIGGINO E TOTORE IL FILM
Ora lavoro alla seconda serie di cui sono già usciti i primi quattro episodi
Giggino e Totore nuova serie, episodio 1
Giggino e Totore nuova serie, episodio 2
Giggino e Totore nuova serie, episodio 3
Giggino e Totore nuova serie, episodio 4
“La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno ed il coraggio; sdegno per le cose come sono e coraggio per cambiarle”. San Agostino
MI RACCONTI UN PO DI TE?
Sono un ragazzo come tanti, nato a Napoli da una modesta famiglia nei primi anni '70, in città ho trascorso i primissimi anni della mia vita ma presto i miei genitori hanno deciso di trasferirsi a Boscotrecase, paese di origine di mia mamma. Nonostante il trasferimento mio padre ha insistito per farmi frequentare le scuole a Napoli, prima le medie presso l'istituto “Ugo Foscolo” a piazza del Gesù Nuovo e poi le superiori al ”Ipsia Casanova” in piazzetta Casanova. Lui, operaio della Italsider, non voleva che perdessi il contatto con una città che mi avrebbe dato più possibilità di crescere e migliorarmi rispetto ad un paesino di periferia.
Per tutti gli anni in cui sono stato scolaro all'uscita da scuola andavo dagli zii che abitavano a Ponticelli, un quartiere della periferia napoletana, e li aspettavo che papà mi riportasse a casa la sera.
Questo essere senza radici fisse mi ha portato a conoscere le molteplici facce della realtà partenopea senza risparmiarmi esperienze.
QUALI SONO QUESTE REALTA' DIVERSE?
Di mattina vivevo il centro città scandito dal ritmo della gente che va e viene dagli uffici, dai gruppi di turisti in visita guidata per le vie, li osservavo mentre andavo a scuola con i miei compagni attraversando i vicoli della città.
Il pomeriggio ero a Ponticelli, grosso quartiere satellite di Napoli dove si vive una realtà difficile, dove disoccupazione e camorra si alimentano incessantemente a vicenda. E' qui che per la prima volta ho toccato con mano la realtà camorrista, vedevo miei coetanei atteggiarsi da bulli scimmiottando i gesti e i modi di fare dei loro fratelli o cugini più grandi che erano già stati integrati nel “sistema”. A quell'età è forte il condizionamento ricevuto dai genitori e la mia è una famiglia povera ma onesta, già allora avvertivo forte la differenza tra me e loro nel concepire il futuro.
Nel restante tempo libero vivevo a Boscotrecase, un paesino in periferia che conta si e no 10.000 anime distribuite in un area di 7 km quadrati, terra di nessuno dove la criminalità la fa da padrone.
Sono cresciuto in questo limbo, conoscendo tutte le realtà ma non sentendomi figlio di nessuna di queste, estraneo anche a casa mia eppure capace di sopravvivere ovunque.
Terminate le scuole la mia vita a preso a girare solo attorno a Boscotrecase e qui si è completato l'allenamento a convivere con i clan camorristici che si contendevano a turno la zona. I Gionta di Torre Annunziata e quelli dell'entroterra di Poggiomarino, Terzigno e Ottaviano si disputavano questo fazzoletto di terra come in una partita a Risiko, si tirano i dadi e si spostano i carro armati.
La mia adolescenza è stata contrassegnata da quotidiane scorribande per le stradine del paese a cavallo di improbabili motorini fingendo di essere gli adulti che non eravamo, ancora. I veri adulti, quelli duri, frequentavano il bar sotto casa mia. Li conoscevo tutti, di ognuno conoscevo la famiglia di appartenenza e di tutti potevo intuire la visione che avevano della realtà. Avevo imparato a ragionare come loro anche se non appartenevo a nessuna famiglia camorrista, per me era una mera questione di sopravvivenza. Ho vissuto il vuoto e la degradazione dei giovani che alimentano la loro forza con un linguaggio osceno, omologandomi passivamente al mondo che mi circondava.
COSA E' STATO CHE HA FATTO SCATTARE IN TE UNA VOGLIA DI CAMBIAMENTO?
Quando avevo 20 anni ho visto per la prima volta il mondo che mi circondava senza filtri, solo con i miei occhi. L'aria malsana della malavita mi ha toccato in prima persona quando ho visto morire di overdose, schiacciati dalla disumana quotidianità della camorra, prima un vicino di casa poi un parente. L'abisso l'ho sfiorato il giorno che hanno freddato mio cugino in fondo alla via, punito per aver giocato un po troppo con due diversi clan criminali. Ero li quel giorno, conoscevo bene di chi era quel corpo polveroso circondato da una pozza di sangue, in passato forse lo avevo anche invidiato quando mi raccontava dell'ultima bravata. Lo hanno ucciso che aveva ancora il casco in testa e il giubbotto antiproiettile addosso, che illuso, forse pensava che così se la sarebbe cavata.
Mai lo strazio e la sconcezza della camorra mi aveva toccato così da vicino nonostante ci vivessi in mezzo da sempre, fino ad allora mi ero sempre mentito ripetendomi che queste cose succedevano solo agli altri perché non sapevano come sopravvivere, mi ero voluto convincere che a me e alla mia famiglia non sarebbe mai potuta toccare questa sorte. Mi sbagliavo.
Da quell'episodio non mi sono più sentito parte di quella assurda terra dove guappi spietati e armati impongono la corruzione e la violenza come norma fondamentale della convivenza sociale, ho ripreso a sentirmi figlio di nessun luogo, estraneo a questa realtà.
Accompagnato da questa nuova consapevolezza ho vissuto gli anni più duri della mia vita, isolato per mia scelta da tutti gli amici che fino al giorno prima consideravo quasi come fratelli, sotto la lente d'ingrandimento da parte dei miei genitori che temevano che questa crisi fosse il frutto della decisione opposta, in perenne litigio con loro. Sono arrivato fino al punto di odiare la vita e schifare tutto quello che mi circondava. Ero sul fondo di un baratro reso più tetro e angosciante dal fatto che ero consapevole del deserto in cui avevo vissuto fino ad allora. Mi stavo pian piano lasciando scivolare nell'oblio nella speranza di poter ignorare una realtà che non accettavo. Il superlavoro durante la settimana e i week end di alcool e droga mi permettevano di stordirmi così da poter fingere di non vedere l'indecente amoralità e disonestà che mi circondava. Si stava facendo strada in me la rassegnazione a dovermi sentire un debole, non avrei voluto perdermi ma non volevo nemmeno ritornare a far parte di un mondo che ormai non sentivo più' mio e che disprezzavo.
COSA E' CAMBIATO POI?
La rabbia mi ha salvato. Una rabbia non rivolta contro qualcuno in particolare ma indirizzata ad un modo d'agire infame che ti spinge ad un silenzio indifferente e che ti trasforma in spettatore complice di un mondo arido, inutile ed arrogante. Ho dovuto vivere con questo disagio addosso per otto anni prima di trovare il coraggio di riprendere il mio posto all'interno di una società che mi aveva profondamente disgustato. Ho provato a cancellare dalla mia vista il mondo conosciuto fino ad allora e guardare oltre per vedere se c'era anche un altro modo, non più per sopravvivere, ma finalmente per vivere e ho scoperto che il paese non era cambiato in questo lungo periodo in cui mi ero costretto alla solitudine, erano cambiati però i miei occhi, potevo finalmente vedere che c'era anche altro. Mi sono unito ad un gruppetto di ragazzi che si muoveva tra Torre Annunziata, Pompei e Torre del Greco occupandosi di animali randagi o di portare vestiti ai senzatetto. Mai esperienza mi aveva arricchito di più, era come se finalmente potessi riscattare la vita che avevo fino ad allora vissuto, scusandomi e riappacificandomi con me stesso.
Con il tempo ho ricominciato ad affrontare il mondo, ho ripreso a bazzicare Napoli, sempre coinvolto in gruppi di volontariato rivolti al sociale, ho conosciuto il meetup di Beppe Grillo di Napoli con cui ho condiviso nuove battaglie come contro i roghi dolosi che avvelenano l'aria o campagne di denuncia civile del traffico illegale di rifiuti.
In un secondo momento, finalmente, mi sono sentito pronto per sostenere l'esame finale; un impegno in prima persona in cui sfidavo il mondo di merda della camorra.
Ho realizzato un cartoon anticamorra, “Le Avventure di Giggino e Totore”, in cui racconto le vicende vissute da due guappi a servizio dei clan che smaltiscono illegalmente rifiuti tossici, camorristi stupidi ma spietati disposti ad avvelenarsi pur di guadagnare facili soldi. Ci ho messo dentro tutto quello che conosco di quella realtà filtrato attraverso il disprezzo di chi la camorra l'ha conosciuta, l'ha subita ed ora la schifa.
Vorrei che tutti i ragazzi potessero vedere questo cartoon per capire quanto siano in realtà limitati e sciocchi i camorristi, vorrei attraverso le immagini parlare a tutti loro per potergli dire che la mafia e' la via verso l'autodistruzione, un modo veloce per trasformarsi in bestie occupate solo a sfamarsi del prossimo.
La prima serie di “Giggino e Totore” ha avuto un discreto successo, è stata trasmessa in TV e ne è nato un cortometraggio.
GIGGINO E TOTORE IL FILM
Ora lavoro alla seconda serie di cui sono già usciti i primi quattro episodi
Giggino e Totore nuova serie, episodio 1
Giggino e Totore nuova serie, episodio 2
Giggino e Totore nuova serie, episodio 3
Giggino e Totore nuova serie, episodio 4
“La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno ed il coraggio; sdegno per le cose come sono e coraggio per cambiarle”. San Agostino
10/12/09
NO ALL'ARRESTO DI NICOLA COSENTINO
Oggi si è tenuto alla Camera l'esame della richiesta di arresto di Nicola Cosentino per concorso esterno in associazione camorristica, richiesta respinta.
All'aula si è assistito ad un inusuale presenza per gli scranni del parlamento, se per votare contro lo scudo fiscale le poltrone vuote erano molte più di quelle occupate, per salvare dalla galera un “collega” in pochi hanno dato forfait, c'erano Umberto Bossi, Angelino Alfano, Ignazio La Russa, Renato Brunetta, Maria Stella Gelmini, Giorgia Meloni, Stefania Prestigiacomo, Gianfranco Rotondi, Andrea Ronchi, tutti pronti e sull'attenti per fare muro comune contro quello che oggi il premier ha definito “il partito dei giudici”, si insomma, quei pazzi visionari che pensano ancora che legge e giustizia vengano prima del business.
Per Silvio Berlusconi è giunta l'ora di sostituire i giudici con i politici cosicché certe piccolezze come l'onestà, la rettitudine e la legalità non vadano più ad intralciare l'operato di chi, tra tante fatiche, è riuscito a mettere da parte un patrimonio miliardario se pur a scapito di qualche decina di migliaia di famiglie.
D'altronde sono solo nove e attendibili i pentiti che indicano l'on.Cosentino, nato a Casal di Principe e parente del boss del clan dei casalesi Giuseppe Russo, come referente politico dei clan. Nulla in confronto con le sibilline dichiarazioni che lo stesso Nicola Cosentino ebbe a rilasciare: “Anticamorra spesso nelle nostre parti ha significato lasciare le cose come stanno, senza dare un futuro di investimenti alle nostre terre. Casale deve potere attrarre investimenti, ma dico al partito anticamorra che colpire indistintamente coloro che fanno non ha senso. Se bisogna fare, bisogna capire che questa è una terra difficile..."
Dario De Simone,boss dei casalesi, lo accusa di essere una persona completamente a disposizione del clan.
Il boss Berando Cirillo ha riferito come negli anni '80 gli fu presentato come uno dei rappresentanti del Clan Bidognetti e che era quindi da appoggiare la sua candidatura alla provincia.
Il pentito Michele Froncillo lo ha accusato di legami con il boss Raffaele Letizia.
Carmine Schiavone ha affermato che Nicola Cosentino sarebbe legato ai casalesi fin dal 1982.
Il pentito Domenico Frascogna racconta che Cosentino ha fatto da “portalettere” per alcuni messaggi provenienti dal sanguinario Francesco Schiavone.
Gaetano Vassallo (tra l'altro tesserato FI) lo accusa di aver controllato l’affare dei rifiuti gestito dai casalesi.
Eppure no, il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino proprietario anche dei 14 serbatoi di Gpl che esplodendo hanno causato una strage alla stazione di Viareggio il 29 giugno 2009, non deve essere arrestato, anzi meglio, non deve proprio essere nominato … e guai a ricordare che nel 1997 alla sua ditta di famiglia, la Aversana Petroli, fu negato lungamente il certificato antimafia per un appalto.
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All'aula si è assistito ad un inusuale presenza per gli scranni del parlamento, se per votare contro lo scudo fiscale le poltrone vuote erano molte più di quelle occupate, per salvare dalla galera un “collega” in pochi hanno dato forfait, c'erano Umberto Bossi, Angelino Alfano, Ignazio La Russa, Renato Brunetta, Maria Stella Gelmini, Giorgia Meloni, Stefania Prestigiacomo, Gianfranco Rotondi, Andrea Ronchi, tutti pronti e sull'attenti per fare muro comune contro quello che oggi il premier ha definito “il partito dei giudici”, si insomma, quei pazzi visionari che pensano ancora che legge e giustizia vengano prima del business.
Per Silvio Berlusconi è giunta l'ora di sostituire i giudici con i politici cosicché certe piccolezze come l'onestà, la rettitudine e la legalità non vadano più ad intralciare l'operato di chi, tra tante fatiche, è riuscito a mettere da parte un patrimonio miliardario se pur a scapito di qualche decina di migliaia di famiglie.
D'altronde sono solo nove e attendibili i pentiti che indicano l'on.Cosentino, nato a Casal di Principe e parente del boss del clan dei casalesi Giuseppe Russo, come referente politico dei clan. Nulla in confronto con le sibilline dichiarazioni che lo stesso Nicola Cosentino ebbe a rilasciare: “Anticamorra spesso nelle nostre parti ha significato lasciare le cose come stanno, senza dare un futuro di investimenti alle nostre terre. Casale deve potere attrarre investimenti, ma dico al partito anticamorra che colpire indistintamente coloro che fanno non ha senso. Se bisogna fare, bisogna capire che questa è una terra difficile..."
Dario De Simone,boss dei casalesi, lo accusa di essere una persona completamente a disposizione del clan.
Il boss Berando Cirillo ha riferito come negli anni '80 gli fu presentato come uno dei rappresentanti del Clan Bidognetti e che era quindi da appoggiare la sua candidatura alla provincia.
Il pentito Michele Froncillo lo ha accusato di legami con il boss Raffaele Letizia.
Carmine Schiavone ha affermato che Nicola Cosentino sarebbe legato ai casalesi fin dal 1982.
Il pentito Domenico Frascogna racconta che Cosentino ha fatto da “portalettere” per alcuni messaggi provenienti dal sanguinario Francesco Schiavone.
Gaetano Vassallo (tra l'altro tesserato FI) lo accusa di aver controllato l’affare dei rifiuti gestito dai casalesi.
Eppure no, il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino proprietario anche dei 14 serbatoi di Gpl che esplodendo hanno causato una strage alla stazione di Viareggio il 29 giugno 2009, non deve essere arrestato, anzi meglio, non deve proprio essere nominato … e guai a ricordare che nel 1997 alla sua ditta di famiglia, la Aversana Petroli, fu negato lungamente il certificato antimafia per un appalto.
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27/11/09
LA CAMORRA DELLE ISTITUZIONI
Molto ci si aspettava a seguito dell'introduzione di questa legge per rendere più efficace la lotta alle mafie; purtroppo bisogna constatare che la frequenza con la quale si è dovuta applicare questa norma ha tolto l'eccezionalità e gravità dell'evento declassando la notizia a semplice informativa che non desta più particolare scalpore. E' ormai una realtà incontrovertibile quella secondo la quale vige uno stabile rapporto tra il mondo della politica e le organizzazioni mafiose, un rapporto che si sviluppa in uno scambio reciproco di voti e di appalti.
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12/11/09
DONNE DI CAMORRA
l'articolo su arcoiris: arcoiris.tv
Quando si parla di donne di camorra solitamente il pensiero va a femmine vendute o comprate per sancire un’alleanza a mezzo di un matrimonio, alle donne vestite perennemente a lutto che lanciano urla di dolore durante i funerali dei morti ammazzati, che strillano durante gli arresti o che baciano i congiunti attraverso le sbarre durante i processi. Un dipinto che rappresenta solo a metà la realtà.


Quando si parla di donne di camorra solitamente il pensiero va a femmine vendute o comprate per sancire un’alleanza a mezzo di un matrimonio, alle donne vestite perennemente a lutto che lanciano urla di dolore durante i funerali dei morti ammazzati, che strillano durante gli arresti o che baciano i congiunti attraverso le sbarre durante i processi. Un dipinto che rappresenta solo a metà la realtà.
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30/10/09
MILANO TERRA DI 'NDRANGHETA
l'articolo su arcoiris
Milano che lavora, Milano la fredda, Milano multietnica, Milano nebbiosa, Milano terra di ‘ndrangheta.
Ecco i clan della ‘ndrangheta che si spartiscono il territorio: Porcino, Flachi, Carvelli, Di Giovine, Serraino, Schettino, Sergi, Vottari, Farao-Marincola, Imerti, Rosmini, Lo Giudice, Iannò, Saraceno, De Stefano, Libri, Tegano, Ficara, Latella, Barreca, Morabito, Palamara, Bruzzaniti, Sabatino, Serranò, Izzo. E a cercar bene si potrebbe ancora continuare.
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Milano che lavora, Milano la fredda, Milano multietnica, Milano nebbiosa, Milano terra di ‘ndrangheta.
Ecco i clan della ‘ndrangheta che si spartiscono il territorio: Porcino, Flachi, Carvelli, Di Giovine, Serraino, Schettino, Sergi, Vottari, Farao-Marincola, Imerti, Rosmini, Lo Giudice, Iannò, Saraceno, De Stefano, Libri, Tegano, Ficara, Latella, Barreca, Morabito, Palamara, Bruzzaniti, Sabatino, Serranò, Izzo. E a cercar bene si potrebbe ancora continuare.
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