21/09/09





Torture, l'Italia complice




Il 17 febbraio 2003, Usama Mostafa Hassan Nasr, meglio conosciuto come Abu Omar, cittadino egiziano con status di rifugiato, Imam di Milano, stava camminando per strada quando un sedicente agente di polizia gli chiese di esibire i documenti. Gli venne spruzzata una sostanza in bocca che intontì Abu Omar e permise di rapirlo spingendolo in un furgone.

Venne portato da agenti americani alla base militare NATO di Aviano, da qui imbarcato su un jet diretto alla base militare NATO di Ramstein, in Germania e poi al Cairo, in Egitto.

Una volta giunto al Cairo fu affidato ad agenti della sicurezza egiziana che lo portarono presso la sede centrale dei servizi segreti. Fu torturato per oltre 12 ore al giorno per sette mesi consecutivi; venne crocifisso su una struttura chiamata “la sposa”, a testa in giù, mani legate dietro la schiena e piedi legati assieme, gli furono inflitte scariche elettriche su tutto il corpo e picchiato così duramente da perdere l’udito da un orecchio.

La cella nella quale veniva riportato al termine delle torture era piccolissima, infestata da topi e scarafaggi; bollente d'estate e gelida di inverno. Il suo cibo consisteva in pane raffermo e acqua.

Tutto questo fu compiuto nel segreto più assoluto, per 14 mesi la famiglia di Abu Omar ignorò completamente quale fosse stata la sorte dell'uomo. La moglie, disperata, aveva denunciato la scomparsa del marito nel febbraio 2003.


Il 20 aprile 2004, Abu Omar venne rilasciato, nessun processo, nessuna accusa, nessuna assoluzione, solo l'ordine perentorio di non parlare mai con nessuno di quello che gli era successo.

Tre settimane dopo, quando finalmente riuscì a mettersi in contatto con la moglie che ormai si credeva vedova, Abu Omar si lascia sfuggire cenni su ciò che era avvenuto realmente.

Viene immediatamente arrestato di nuovo, portato in prigione e detenuto in “reclusione amministrativa”, in totale isolamento, senza che gli venga mossa nessuna accusa.

I tribunali egiziani ordinano il suo rilascio almeno 16 volte ma il ministero dell’interno ignora i moniti della magistratura utilizzando lo strumento della legislazione di emergenza.

Abu Omar è stato rilasciato definitivamente nel febbraio 2007, dopo quattro anni di reclusione da incubo e senza nessuna apparente motivazione. Ora vive ad Alessandria d'Egitto poiché gli agenti dei servizi segreti gli hanno imposto di non lasciare la città. In Italia comunque risulta ancora indagato per coinvolgimento nel terrorismo internazionale e nei suoi confronti pende un mandato di cattura per cui se tornasse su suolo italiano verrebbe immediatamente arrestato.


Le autorità italiane hanno inizialmente negato di essere coinvolte a qualsiasi titolo nel rapimento di Abu Omar ma, alla fine del 2006, i magistrati italiani hanno scoperto che l'ufficiale dei carabinieri Luciano Pironi era l’uomo che il 17 febbraio 2003 fermò Abu Omar chiedendogli i documenti e che poi lo condusse verso il furgone utilizzato nel rapimento. Pironi testimoniò che la Cia gli disse di aver organizzato l'operazione in collaborazione con i servizi segreti italiani.

Ne sono seguite indagini a carico del generale Nicolò Pollari, capo del Sismi all’epoca del rapimento, e Marco Mancini, capo della divisione anti-terrorismo del Sismi.

Le indagini condotte dal pubblico ministero Armando Spataro hanno portato alla luce il coinvolgimento diretto anche di Robert Seldon Lady, console Usa presso Milano. Si ritiene che Lady sia il funzionario della CIA di più alto grado a Milano.

Nel 2005 l’ufficio del pubblico ministero di Milano ha chiesto, in relazione al rapimento di Abu Omar, l’estradizione di 22 agenti CIA, le richieste non sono state neppure inoltrate agli USA, bloccate dal Ministero di Giustizia italiano nella persona del ministro Roberto Castelli prima e Clemente Mastella dopo. Anche ai pubblici ministeri tedeschi è stato reso impossibile il proseguire le indagini. Le autorità Usa continuano a ripetere che non consentiranno l'interrogatorio e l’estradizione di nessuno dei cittadini statunitensi coinvolti.


Il governo italiano si è spinto fino a presentare alla Corte Costituzionale un ricorso sostenendo che i pubblici ministeri italiani, proseguendo con le indagini sul caso di Abu Omar, avessero violato il segreto di stato imposto. L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha risposto che “le informazioni e le prove relative alla responsabilità civile, penale o politica dei rappresentanti dello Stato per gravi violazioni dei diritti umani sono escluse dalla protezione del segreto di stato”.

Nel frattempo, a Brescia, l’ex presidente della repubblica Francesco Cossiga e Nicolò Pollari denunciano il capo della procura di Milano Manlio Claudio Minale, i procuratori aggiunti Armando Spataro e Ferdinando Pomarici, il giudice delle indagini preliminari Enrico Manzi e i funzionari di polizia che si erano occupati delle indagini sul rapimento di Abu Omar, accusandoli di “reperimento di informazioni relative alla sicurezza di Stato”.

Il 4 dicembre 2007 il procedimento viene archiviato, la corte stabilisce che non era stata commessa alcuna violazione della legge dato che all’epoca in cui i documenti di prova del Sismi erano stati acquisiti non era stato ancora opposto il segreto di Stato .

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|||questo è l'ottantaottesimo posting pubblicato in questo blog|||


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