13/08/09






Dell'Utri: il fido collaboratore (terza parte)

Marcello Dell’Utri rientrò nel gruppo facente capo a Silvio Berlusconi, dopo la negativa parentesi lavorativa alle dipendenze di Filippo Alberto Rapisarda.
E' assodato che vennero pagate ingenti somme di denaro da parte della FININVEST all’organizzazione mafiosa nella metà degli anni ottanta. Infatti Dell’Utri aveva chiesto a Cinà come poter “mettere a posto” e “aggiustare la situazione delle antenne televisive” con l’organizzazione mafiosa, ottenendo, tramite il pagamento di una somma di danaro, la “protezione” per le antenne in Sicilia. Questi rapporti erano intrattenuti da Dell'Utri e i fratelli Pullarà, Giovanbattista ed Ignazio, uomini d’onore della famiglia di Santa Maria di Gesù. Pullarà aveva ereditato i rapporti con questa ditta di Milano che, in precedenza, erano stati intrattenuti dagli stessi Bontate e Teresi.
Riina, allorché aveva appreso la notizia, si era infuriato per il fatto che i Pullarà avessero tenuto riservato il contatto con questa ditta di Milano per trarne vantaggio personale, senza informare né il loro capo mandamento (all’epoca Bernardo Brusca), né lo stesso Riina, nonostante questi volesse essere sempre tenuto al corrente di tutto quanto potesse riguardare rapporti con uomini politici, tra i quali era particolarmente considerato Bettino Craxi, segretario politico del Partito Socialista Italiano, che si diceva molto vicino a Silvio Berlusconi, del quale ultimo Marcello Dell’Utri era stretto collaboratore ed amico. Il Riina aveva deciso che, in questa “situazione” portata dal Cinà ( e cioè in questo rapporto con Dell’Utri) non doveva intromettersi nessuno e doveva essere lo stesso Cinà a gestirla personalmente in quanto coltivava l’obbiettivo di allacciare contatti con l’onorevole Craxi, per il tramite di Berlusconi e, nelle elezioni politiche del 1987, fu imposto dal vertice di “cosa nostra” a tutti gli uomini d’onore di votare per il Partito Socialista Italiano, cosa che non si era mai verificata in passato. Agli inizi del 1987 Riina decise di inviare una lettera intimidatoria nei confronti di Berlusconi e, dopo qualche settimana, di effettuare una telefonata minacciosa al medesimo Berlusconi. Dopo le intimidazioni, Cinà Gaetano era stato convocato a Milano da Dell’Utri, il quale aveva chiesto all’amico di interessarsi per risolvere la questione. Vi è il fondato dubbio che il voto dato dai mafiosi al partito socialista italiano, nelle elezioni politiche del 1987, su ordine del Riina fosse dovuto alla riuscita di questa specifica iniziativa.

Deve, qui, essere ripreso, il contenuto dell’intercettazione telefonica del 29.11.1986, delle ore 00,12, avente ad oggetto una conversazione tra Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri relativa all’attentato dinamitardo - subito dallo stesso Berlusconi la sera precedente - effettuato sulla cancellata della villa di sua proprietà sita in via Rovani n.2, a Milano. Dalla conversazione risulta evidente come Berlusconi fosse convinto che il responsabile dell’attentato dovesse essere Vittorio Mangano, il quale, secondo una segnalazione poi rivelatasi inesatta, ritenevano essere stato scarcerato. Dell’Utri si dimostrò subito perplesso nell'accettare questa tesi. Infatti Mangano non era “fuori” e l’attentato non era opera sua. Dell'Utri era legittimato a pensare che, se effettivamente fosse stato così, l’avrebbe subito dovuto sapere, questa tesi è avvalorata dal fatto che vi è stata una effettiva ripresa di contatti una volta che Mangano era stato, questa volta veramente, rimesso in libertà nel 1990. Altro interessante elemento si coglie nel resoconto di Berlusconi al suo braccio destro, a proposito della chiacchierata avuta con i carabinieri di Monza sull’argomento, laddove l’imprenditore, ridendo, aveva riferito a Dell’Utri di aver detto che, se gli anonimi danneggiatori gli avessero chiesto trenta milioni, anziché fargli l’attentato, egli non avrebbe avuto difficoltà a pagare. E’ sintomatico l’atteggiamento mentale dell’imprenditore Silvio Berlusconi, disponibile a soddisfare ma non a denunciare le richieste estorsive rivoltegli, pur di stare tranquillo. Per nulla intriso di ironia, ma caratterizzato da seria preoccupazione, è l’identico punto di vista espresso in occasione di altre intimidazioni, di ignota e mai da alcuno chiarita matrice, subite dal medesimo Berlusconi nel 1988, come emerge da una frase della conversazione telefonica del 17 febbraio di quell’anno intercorsa tra l’imprenditore e l’amico Della Valle “se fossi sicuro di togliermi questa roba dalle palle pagherei tranquillo”. Nella telefonata del 30.11.1986, alle ore 14,01 (due giorni dopo l’attentato di via Rovani) intercorsa tra Dell’Utri e Berlusconi, Dell’Utri disse: “Dunque, io stamattina ho parlato con quello lì…e poi ho visto Tanino, che è qui a Milano. Ed invece è da escludere quella ipotesi, perché è ancora dentro. Non è fuori. E Tanino mi ha detto che assolutamente è proprio da escludere, ma proprio categoricamente. Comunque, poi ti parlerò….perché…..di persona. E quindi, non c’è proprio…guarda, veramente, nessuna, da stare tranquillissimi, eh!”.
Si è accertato che “quello lì”, era Stefano Rea, un funzionario di polizia che si interessava del caso.
Successivamente si è potuto sapere che l’attentato alla villa di Berlusconi in via Rovani era stata opera della mafia catanese, evento che Riina aveva voluto furbescamente sfruttare con ulteriori intimidazioni telefoniche all’imprenditore per potere“agganciare” l’on.le Bettino Craxi.
La persona dell’imprenditore Silvio Berlusconi veniva dunque vista da Riina sia come soggetto che doveva pagare, sia come soggetto che avrebbe potuto aiutare l’organizzazione mafiosa sul piano politico. Quindi, una persona che andava “coltivata”, e non semplicemente estorta.
A cavallo delle festività natalizie del 1986, Tanino Cinà spedì alcune cassate siciliane in dono ai fratelli Dell’Utri, Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri. Cinà spedisce a Berlusconi due cassate siciliane, la prima, delle stesse dimensioni di quelle destinate all’amico Marcello ed a Confalonieri, l’altra - con su stampato lo stemma di Canale 5 (il “biscione”), di enormi dimensioni, di 12 chili. Nel plateale ed esagerato omaggio natalizio di Cinà a Berlusconi è facilmente ravvisabile l’interesse di Cinà, a “coltivare” l’imprenditore milanese, al di là del fatto estorsivo, poiché non si è mai visto un imprenditore estorto che riceve regali da un emissario dei suoi aguzzini. Si ravvisa, inoltre, in questo gesto, l'intenzione di ringraziare per “favori” che Berlusconi fece alla mafia e l’assenza di qualsivoglia atteggiamento ostile verso Berlusconi.

E’ significativo che Dell'Utri, anziché astenersi dal trattare con la mafia ha scelto, nella piena consapevolezza di tutte le possibili conseguenze, di mediare tra gli interessi di “cosa nostra” e gli interessi imprenditoriali di Berlusconi, un industriale, come si è visto, disposto a pagare pur di stare tranquill. Dunque, Marcello Dell’Utri ha non solo oggettivamente consentito a “cosa nostra” di percepire un vantaggio, ma questo risultato si è potuto raggiungere grazie e solo grazie a lui.

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