02/02/10

FUORI LA MAFIA DALLO STATO


Nel corso del 2009, da gennaio a tutto il mese di ottobre, sono state 377 le operazioni di polizia giudiziaria portate a termine.
80 hanno riguardato cosa nostra,
90 la 'ndrangheta,
148 la camorra,
59 la criminalità pugliese.
Gli arresti sono stati in totale 3.630 ed hanno interessato per
916 casi cosa nostra,
751 casi la ndrangheta,
1.465 casi la camorra,
498 casi la criminalità pugliese.
Sono stati arrestati 282 latitanti di mafia, 15 dei quali inseriti nella lista dei 30 più pericolosi.

Tutti importanti successi che però non devono indurre ad abbassare la guardia. Tanto è il lavoro ancora da fare per sperare di scardinare le organizzazioni mafiose, sopratutto nei riguardi della loro capacità più pericolosa e rovinosa per la società: nell'abilità ad infiltrare apparati di governo.

In merito alla nuova legislazione antimafia che si sta andando costituendo si delinea una contraddizione che è di fondamentale importanza venga chiarita al più presto; la normativa introdotta stabilisce che parentele, amicizie o anche solo frequentazioni sospette possano costituire un impedimento al conseguimento di un certificato antimafia e costituiscono una motivazione valida per proporre lo scioglimento di giunte comunali.
Tutto chiaro, tutto giusto per uno Stato che si trova a combattere una dura guerra con una mafia sempre più organizzata e aggressiva.
La contraddizione incomprensibile risiede nel fatto che lo stesso rigoroso principio non viene applicato lì dove il rischio è più pericoloso e produce i danni maggiori cioè per quanto concerne le candidature di persone per posti di alta dirigenza nello Stato e ancor più per l'assegnazione di incarichi politici. In questi casi la normativa non è previsto che venga applicata.

Non c'è spiegazione logica che chiarisca questo enorme controsenso, si usa il pugno di ferro con la parte più ordinaria della società e il guanto di velluto con chi dovrebbe essere più di tutti scevro da dubbi di collusione e in teoria dovrebbe venir sottoposto ai più rigorosi controlli visto il grande potere messo a disposizione.
Si creano situazioni assurde in cui gravi indizi indicano come alcuni esponenti politici potrebbero essere entrati in contatto con ambienti mafiosi e non solo non gli si impedisce di continuare ad agire sulla “cosa pubblica” ma anzi li si vuole rendere immuni a qualsiasi controllo. Si va diffondendo il perverso modo di pensare che bisogna lasciare agire i nostri governanti oltre ogni sospetto in virtù di una fede che rende cieca e sorda qualsiasi civile sorveglianza sul loro operato.

Davvero esemplare è il caso di Nicola Cosentino, sottosegretario all'economia e vice del ministro Tremonti. Ad oggi sono nove i pentiti che lo accusano di collusioni con il clan dei casalesi, non sono pentiti qualsiasi ma uomini che con le loro dichiarazioni hanno già portato all'arresto di numerose persone e le cui rivelazioni sono già state soppesate e giudicate attendibili dagli organi inquirenti, 46 le telefonate intercettate che chiamano in causa direttamente il sottosegretario e una montagna di carte e documenti proverebbero la liceità dei pesanti sospetti.

Eppure non solo si nega l'autorizzazione all'arresto ma si mantengono intatti tutti i suoi enormi poteri d'azione, gli si permette anche di andare in televisione e manipolare l'informazione.

E' successo recentemente durante la trasmissione Porta a Porta in cui Nicola Cosentino, invitato a dare spiegazioni riguardo le accuse che gli vengono avanzate, ha voluto gettare ombre sulla veridicità delle rivelazioni dei pentiti sostenendo che l'attuale vice capo della polizia, Francesco Cirillo, nel 1993 avrebbe tentato di indurre un collaboratore di giustizia ad attaccare Silvio Berlusconi, all'epoca non ancora presidente del consiglio.
Questa tesi era stata introdotta per la prima volta durante un processo di mafia dai boss Francesco Bidognetti e Francesco Schiavone, tesi smentita categoricamente dalle indagini.
E' curioso notare che un parlamentare per argomentare la propria difesa sostenga la tesi di un mafioso screditando le conclusioni a cui è giunta polizia e magistratura e ancor più curioso notare come alla giustizia sembra si vogliano mettere le redini così da poter decidere a priori quando la si può lasciar lavorare e quando è meglio che non si impicci di affari importanti.


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