23/03/10

STORIA DI UNA MODERNA SCHIAVITU'


Rahaman Ataur lavora in Italia da 8 anni, ha un regolare salario e paga i contributi, eppure la sua vita non è tranquilla.
Vive in Calabria, a Catanzaro, e lavora nella pizzeria “Zahir” di Corso Mazzini, a due passi dalla questura, sono proprio i poliziotti che affollano il locale all'ora di pranzo ed è anche sotto il loro sguardo che si è consumato un vigliacco delitto.
Il delitto di cui Ataur è rimasto vittima si chiama riduzione in schiavitù, un reato che si vuol credere sia molto distante da noi per luoghi e tempi ma che sempre più spesso si nasconde nelle pieghe della nostra perbenista e apatica società. Sarebbe rimasto anche questa volta un episodio occultato allo sguardo dei più se non fosse che Ataur non è un vigliacco, otto anni non sono bastati per addomesticarlo e costringerlo a rinunciare alla sua dignità, ad abbassare la testa adattandosi alla legge del più forte, Ataur ha denunciato i suoi aguzzini e si è rivolto alla legge per aver giustizia.

La triste vicenda, con un epilogo però degno di un eroe, ha inizio nel dicembre 2009 quando Ataur comincia a lavorare presso la pizzeria che fa capo alla ditta Valeo s.a.s. L'8 febbraio, poco prima della chiusura del locale, Ataur chede ai padroni qualche spicciolo, gli servono per l'autobus e loro non gli hanno ancora pagato nessuno stipendio nonostante i due mesi di regolare lavoro svolto.
Per risposta il padrone lo spinge giù dalle scale provocandogli diverse lesioni per le quali ora si richiede un intervento chirurgico.
Da solo, per strada e dolorante, Ataur chiama il 118 ma saputo che si tratta di un extracomunitario arrivano invece le forze dell'ordine. L'unico apostrofo fortunato per Ataur è che in quel momento sta passando per strada un uomo, un italiano, che al contrario di quello che avrebbero fatto la maggior parte delle persone “perbene” non gira la testa dall'altra parte e si ferma a chiedere perchè, davanti ad un uomo evidentemente ferito, si indugia a chiamare i sanitari. La risposta della polizia è brusca “sono tutti occupati”, Ivan carica Ataur sulla sua auto e lo porta personalmente al pronto soccorso.
Due giorni e Ataur sporge querela per lesioni personali e riduzione in schiavitù, con il suo nuovo amico Ivan si reca nuovamente alla pizzeria per tentare di farsi pagare gli stipendi arretrati ma gli viene risposto che se vuole il vitto l'accordo si può trovare ma di soldi non se ne parla. Parte dunque la denuncia anche all'ispettorato del lavoro.
Nel frattempo Ataur deve rinnovare il permesso di soggiorno per evitare di cadere nella clandestinità, situazione per la quale diventerebbe d'un colpo lui il criminale da perseguire.

Ora Ataur vive a metà tra il bisogno e il desiderio di giustizia, i padroni della pizzeria lo minacciano per dissuaderlo dal proseguire con la denuncia, non ha un soldo, rischia di vedersi togliere il permesso di soggiorno da un momento all'altro, non può lavorare poiché ancora ferito. Forse lo opereranno a fine mese.
Il problema di Ataur, oggi, consiste proprio nel trovare il modo di sopravvivere, non gli è stato riconosciuto nessun diritto ad essere sostentato. Non rimane che rivolgersi alla società civile. Il minimo che dobbiamo a questo coraggioso ragazzo è di impegnarci a far conoscere la sua storia e, se qualcuno ne avrà cuore, anche aiutarlo materialmente mettendosi in contatto con Ivan attraverso la mail  giustiziaperataur@gmail.com


Articoli correlati:
Sciopero della fame, rischia la vita Shukri Said
Permessi di soggiorno in nome di Dio





.

Nessun commento:

Posta un commento

Si è verificato un errore nel gadget